La logica del martire, Israele

La politica del 21esimo secolo è alla mercé dell'opinione pubblica che, per essere mossa, ha bisogno di una costante individuazione del nemico (esterno o interno), così come diceva Hannah Arendt ne "Le origini del totalitarismo", una costante antinomia buono/cattivo.
Quindi, per poter fare "politica", nell'era dell'informazione, non servono più dei buoni programmi, un buon carisma e tante belle idee, serve solo rimanere dalla parte dei buoni.
Abbiamo quindi la "Politica del martire", cioè il persistere di atteggiamenti che suscitano compianto nelle masse per legittimare le proprie azioni, alla stregua dei totalitarismi.

Ho pensato a lungo ad un esempio che non toccasse i cuori dei tanti moralisti del web, ma ho fallito.
Parliamo di Israele.
Lo Stato d'Israele, indipendente dal 1948, affonda le proprie radici nel Medio Oriente verso la fine del 19esimo secolo con l'acquisto di alcune terre per sfuggire all'antisemitismo zarista.
Lo Stato d'Israele si vide riconosciuto dopo la Seconda guerra mondiale e la Shoah, il 29 novembre 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella risoluzione n. 181 approvò il piano di partizione della Palestina che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l'altro arabo.


Lo Stato d'Israele rientra nella mia riflessione della politica del martirio perché porta avanti il conflitto israelo-palestinese sin dagli anni Venti del '900 per la rivendicazione della Terra Santa.

Riguardo l'inizio del conflitto bisogna fare le dovute precisazioni.
Il conflitto israelo-palestinese, come dice il saggista israeliano Amos Oz, rappresenta una tragedia "dostoevskijana" forse unica al mondo perché a scontrarsi non è il "bene" contro il "male", il "torto" contro la "ragione"; l'essenza di questa tragedia è nel fatto che a scontrarsi sono ragioni e diritti altrettanto legittimi: il diritto alla sicurezza e a essere finalmente un Paese normale, per Israele, e il diritto dei palestinesi a vivere finalmente da donne e uomini liberi in uno Stato indipendente, pienamente sovrano su tutto il proprio territorio nazionale, a fianco dello Stato d'Israele.

Tutta un'altra storia è lo svolgimento del conflitto nei giorni nostri.
Israele ha smesso di ricercare la propria "indipendenza" ed avanza pretese coloniali sulle terre palestinesi, con una strategia di logoramento delle terre lungo la Striscia di Gaza.
Israele rispecchia in pieno la mia riflessione della politica del martire perché trova legittimazione al proprio conflitto negli avvenimenti della Germania nazista, è la "sempre vittima" del nazismo. Questo concetto è rafforzato dalla pretesa di avere l'appoggio degli Stati europei, etichettando tutti quelli che avanzano una pacificazione tra le parti come "antisemiti" ed "antisionisti". Si comporta oggettivamente come i nemici da cui trae legittimazione.

L'opinione pubblica deve distaccarsi dalla morale, non deve chiudere gli occhi e prendere posizione secondo la logica del martire. La gente deve sforzarsi di aprire gli occhi, combattere i nuovi soprusi per non incombere nelle vecchie tragedie e non alimentare i vecchi agnellini ora fatti leoni, altrimenti tutte le belle parole che si spendono ogni 27 Gennaio sono pura ipocrisia.

Ci sono tanti esempi per rappresentare questa mia riflessione, come l'episodio del Gay Pride sotto la sede di CasaPound (QUI). Lo Stato di Israele ha una valenza mondiale, non è semplice autolesionismo la mia voglia di criticarlo.

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Articolo del 25 Luglio 2017 a cura di G.Lamura.


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