Brutalità poliziesca

Tra qualche settimana ricorrerà il 16° anniversario dei Fatti della scuola Diaz, avvenuti durante lo svolgimento del G8 di Genova nel 2001.

Oramai le indagini si sono concluse e alcuni poliziotti e carabinieri sono stati condannati.
Non c'è più nulla da aggiungere al "fattaccio" quindi, con questo articolo, non voglio avanzare particolari opinioni e analisi sull'accaduto ma solo riportarlo alla mente.
Oramai i ragazzi non sanno più ciò che è accaduto, colpa anche del disinteresse generale delle nuove generazioni.

"Riportare alla mente" un episodio di tale entità dovrebbe essere doveroso per le istituzioni che, negli anni successivi all'accaduto, si sono dimostrate non conformi all'onda costituzionale europea e, in parte, omertose di fronte a tali brutalità.

Parto con la premessa che, di certo, l'articolo non ha intenzione di fare "di tutta l'erba un fascio".

Cosa successe nella scuola Diaz la sera del 21 luglio 2001 (fonte Wikipedia):
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La sera del 21 luglio 2001, tra le ore 22 e mezzanotte, nelle scuole Diaz, Pertini e Pascoli, divenute centro del coordinamento del Genoa Social Forum, guidato da Vittorio Agnoletto, facevano irruzione i Reparti mobili della Polizia di Statocon il supporto operativo di alcuni (non tutti) battaglioni dei Carabinieri. Furono fermati 93 attivisti e furono portati in ospedale 61 feriti, dei quali 3 in prognosi riservata e uno in coma. Finirono sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra, per quello che fu definito un pestaggio da "macelleria messicana" dal vicequestore Michelangelo Fournier.

Durante il G8 ci furono diversi scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, in particolar modo episodi violenti da parte delle forze dell'ordine vennero segnalati nella scuola Diaz. Dopo l'attacco alcuni manifestanti, accampati all'interno del centro operativo per passare la notte, finirono in ospedale, mentre altri passarono la notte nella caserma del reparto mobile di Genova Bolzaneto. All'operazione di polizia ha preso parte un numero tutt'oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo dal questore Vincenzo Canterini, lo stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici".

I seguenti procedimenti penali contro i responsabili delle violenze e di irregolarità e falsi nelle ricostruzioni ufficiali, si sono svolti nei successivi 13 anni, risultando nella maggior parte dei casi conclusi con assoluzioni dovute all'impossibilità di individuare i diretti responsabili delle stesse o per l'intervenuta prescrizione dei reati.
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I racconti e i documenti mostrano una brutalità inaudita, ai limiti dell'umano.
Proprio per questo l'Italia dimostrò di non essere conforme alle norme europee, soprattutto per quel che riguarda la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Sempre riguardo la conformità alle norme europee, l'Italia e, in particolar modo, i ministri, i membri delle forze dell'ordine ed alcuni esponenti politici, si oppone all'introduzione del reato di tortura e del codice identificativo per gli operatori di polizia in servizio di ordine pubblico (misure adottate nella gran parte dei paesi europei) (riguardo questo pensiero rimando all'articolo di "Internazione.it").

Il ricordo di brutalità serve come impulso a "fare meglio", a distinguere le cause giuste dalle futilità.

Riprendendo la premessa, non bisogna fare di tutta l'erba un fascio e il ricordo di questo avvenimento non deve alimentare l'odio verso le forze dell'ordine poiché, anche se sono numerosi gli episodi di brutalità, rappresentano una piccola parte del lavoro che essi svolgono per le strade, ogni giorno.

La speranza non è che siano diminuiti drasticamente i poteri delle forze dell'ordine, ma che siano riformati, siano controllati maggiormente e gestiti meglio. L'Italia può e deve.

Chiudo l'articolo con la teoria del professore Jerome Skolnick riguardo la causa della brutalità poliziesca: "Questo comportamento si radicalizza negli anni di attività e carriera, ove, avendo a che fare con elementi disagiati e deviati, forzatura della legge, casi di violenza e omicidio molto sensibili, la mente degli addetti all'ordine subisce un regredimento assumendo posizioni di carattere autoritario e repressivo giustificate come unico mezzo di mantenimento della legge".

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Articolo del 28 Giugno 2017 a cura di G.Lamura.


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