I racconti e i documenti mostrano una brutalità inaudita, ai limiti dell'umano.
Proprio per questo l'Italia dimostrò di non essere conforme alle norme europee, soprattutto per quel che riguarda la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Sempre riguardo la conformità alle norme europee,
l'Italia e, in particolar modo, i ministri, i membri delle forze dell'ordine ed alcuni esponenti politici,
si oppone all'introduzione del
reato di tortura e del
codice identificativo per gli operatori di polizia in servizio di ordine pubblico (misure adottate nella gran parte dei paesi europei) (riguardo questo pensiero rimando all'
articolo di "Internazione.it").
Il ricordo di brutalità serve come impulso a "fare meglio", a distinguere le cause giuste dalle futilità.
Riprendendo la premessa, non bisogna fare di tutta l'erba un fascio e il ricordo di questo avvenimento non deve alimentare l'odio verso le forze dell'ordine poiché, anche se sono numerosi gli episodi di brutalità, rappresentano una piccola parte del lavoro che essi svolgono per le strade, ogni giorno.
La speranza non è che siano diminuiti drasticamente i poteri delle forze dell'ordine, ma che siano riformati, siano controllati maggiormente e gestiti meglio. L'Italia può e deve.
Chiudo l'articolo con la teoria del professore Jerome Skolnick riguardo la causa della brutalità poliziesca: "Questo comportamento si radicalizza negli anni di attività e carriera, ove, avendo a che fare con elementi disagiati e deviati, forzatura della legge, casi di violenza e omicidio molto sensibili, la mente degli addetti all'ordine subisce un regredimento assumendo posizioni di carattere autoritario e repressivo giustificate come unico mezzo di mantenimento della legge".
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Articolo del 28 Giugno 2017 a cura di G.Lamura.